Perdidos en las Amazonas

Martedì 15 marzo – Rio Napo, Perù
Vi sto scrivendo da un Peque-Peque (Peke-Peke) una tipica imbarcazione nel bel mezzo della foresta amazzonica. La sua lunghezza é di circa 8 o 9 metri e larga approsimatamente 1,5 m. Nessuno parla a bordo … il silenzio é coperto dall’inconfondibile rumore del motore da 75 cavalli, simile al trattore di mio padre. Lo stesso rumore che dà il nome alla barca (peke-peke-peke-eke-…).

Sulle sponde del Rio Napo, la foresta amazzonica si erge rigogliosa… senza pena … come se il suo futuro avesse tutto il tempo per realizzare il suo sogno, quello stesso sogno che l’uomo accecato per la sua ambizione e ignoranza, decise di cancellare per sempre!

Sono completamente affascinata dal paesaggio selvatico che si mostra davanti ai miei occhi senza segno di civilizzazione alcuna, carica l’anima di energia positiva e stimola le cellule del cervello.

La foresta amazzonica vista dal fiume

Il Rio Napo, uno dei pricipali affluenti del Rio delle Amazzoni, é piuttosto basso in questo periodo.
Questo fiume con più di un km di larghezza, all’apparenza sicuro, é in realtà pericoloso se non si conosce. Navigare a zig-zag è inevitabile per i banchi di sabbia nascosti dalla superficie dell’acqua che si spostano di giorno in giorno dalla corrente. Quindi oggi ci si potrebbe arenare qua, domani là!

Siamo partiti da circa 2 ore da Pantoja, il primo villaggio in terra peruviana.
Per due giorni le nostre vite sono nelle mani di Francisco, il baby pilota di 16 anni che, con la maturità di un adulto e il temperamento di un bambino, osserva attentamente la superficie dell’acqua per evitare lo scontro con uno dei numerosi tronchi, pericolosi per la nostra piccola imbarcazione.
Francisco é peruviano e si sta recando al suo villaggio per andare a scuola, ci ha gentilemnte offerto un passaggio con la sua imbarcazione (in cambio di dinero, of course). Un altro uomo peruano, Rener, sta dormendo al suo fianco. Al mio lato Cristina (Christie), la gringa di L.A. (Los Angeles), una signora di 46 anni, artista, surfista, contempla affascinata il panorama e a volte si esercita con la sua Ukulele, comprato alle Haway (e dove senò?). Il mio idolo, spero tra 15 anni di essere in forma come lei e con lo stesso spirito di vita.
Al mio lato Alex sta leggendo il mio libro con racconti ambientati nella selva del Rio Napo, comprato per puro caso da un ragazzo argentino, prima di sapere dove fosse.
Pepe (Asaf), un fantastico ragazzo israeliano, si piega in 4 per stare nella barca, ci allieta suonando la chitarra ma la melodia é coperta dal rumore del motore.
Non importa, il quadro della felice famigliola é perfetto.
Sulla punta Jimin, un coreano tenero e innocente che si sorprende nel vedere una pera, é letteralmente coperto da punture di zanzare e sandflies, piccoli moscerini assetati di sangue. Non si stanca nel correggere la gente che é coreano e non cinese. Per i sudamericani tutti gli asiatici sono Chinos!
Io nel centro seduta al suolo osservo, penso, scrivo …
2 galline camminano felici per la barca, inconsapevoli che saranno la nostra cena di questa sera!
Questo é l’equipaggio che dalla frontiera Pantoja (Perù) ci porterà a Santa Clotilde. Terza tappa del nostro viaggio sul fiume.

Navigando il Rio Napo in Peque peque

Ma come sono arrivata a questo punto?
Flash-Back

Nell’ultimo mio post vi avevo lasciato in Tena (Ecuador) da dove con 5 ore di Bus, io e Alex, abbiamo raggiunto Coca (porto di San Francisco de Orellana), ubicato sulle rive del Rio Napo, porta d’accesso per la vera selva, nonchè inizio del nostro Boat-trip che ci porterà fino a Iquitos in Perù.

In un paese la cui ricchezza principale é il petrolio, la città di Coca ne é la capitale, perciò sviluppatasi esponenzialmente nell’ultimo decennio.
L’oro nero, il Dio Soldo sempre causa di guerre e distruzione della foresta amazzonica e dei suoi indemici abitanti, i quali, alcuni sono stati sconfitti per la violenza, altri corrotti e ceduto alla modernità, mentre pochi ancora si battono tutt’ora per difendere il loro mondo, fino al punto di uccidere senza pietà qualsiasi forma di vita umana che entri nel loro territorio.

Trasporto petrolio sul Rio Napo

Prima di arrivare a Coca le informazioni erano pressochè nulle, l’unica fonte Internet, grazie a Blog di altri viaggiatori. Un racconto in spagnolo risalente al 2007 ci convince che possiamo farcela.
Nel porto di Coca ci informano che la barca peruviana che percorre il tratto da Pantoja a Iquitos in 5 giorni arriverà il 15 di marzo (oggi é l’11 marzo) . Invece chiamando il porto di Iquitos, ci dicono che la barca tarderà 10 giorni. Troppo tempo per aspettare. Che fare allora, a chi credere?
Decidiamo di affidarci agli avvenimenti e alla buona sorte e di partire per il Perù.

Prendiamo la “lancia” Coca- Nuova Roccafuerte (Frontiera Ecuadoriana) la domenica. La barca sembra un “Cajucco” (come una barca di clandestini albanesi) sovraccaricato di gente, tanto é vero che la polizia costiera fa un po’ di scena prima di farci partire ma poi, dopo un’ ora di attesa, come sempre fa finta di niente. Pesantissimo, 10 ore di viaggio. Un centinanio di persone e tre stranieri: Io, Alex e una gringa di L.A .

La Lancia da Coca a Nuova Roccafuerte, Ecuador

Dopo qualche ora, piano piano la barca si svuota dai militari e gli abitanti dei vari villaggi lungo il fiume. Arriviamo a Nueva Roccafuerte che é quasi notte.
Pernottiamo e la mattina seguente, timbriamo il passaporto per uscire dall’Ecuador.
Soluzionato alcuni problemi (Alex risulta australiana e non austriaca e il mio passaporto non lo accettano), Fernando ci porta con la sua lancia in Perù per 40 dollari (ne voleva 70 ma ormai siamo esperte nel contrattare il prezzo) che dividiamo con Christine, la gringa conosciuta a Coca. Anche lei sta viaggiando ad Iquitos. 🙂

Passando la frontiera, siamo in Perù!

BIENVENIDOS EN PERU’ !!!
2 ore di navigazione in Peque-Peque e arriviamo a Pantoja , un piccolo villaggetto con le case di paglia appena dopo la frontiera, in Perù. Sbarchiamo e subito scopriamo che la barca di linea non arriverà prima del 23 marzo!!! 🙁
Uff, 10 gg in un paesino nel mezzo della foresta amazzonica, con un grande motore per generare energia elettrica (dalle 8 di mattina alle 11 di sera, puntuali!!!) e con acqua solo se sei fortunato, sarebbe una esperienza interessante ma troppo lunga, visto che il tempo che mi rimane di viaggio é poco.

Per fortuna non sono la sola a pensarla così: ad accoglierci 2 ragazzi, Pepe (israeliano) e Jimin (coreano) fermi in Pantoja da una settimana, in attesa di qualcuno per condividere il prezzo di un passaggio privato. Che fortuna, domani si parte! 2 giorni di viaggio in Peque-Peque

Mercoledi 16 marzo – PUERTO ELVIRA, Perù
Ero tanto determinata ad intraprendere questo viaggio che la fortuna non poteva che essere dalla nostra parte! Infatti la decisione di partire senza un minimo di sicurezza si é rilevata un’ ottima scelta. Oltre a guadagnare tempo (2 giorni contro i 5 della barca di linea che viaggia giorno e notte) stiamo vivendo esperienze che non incontrerete sulla Lonely Planet.
Questa la mappa del nostro viaggio.

Mappa del viaggio sul fiume

Nella notte, prima che cadessero le tenebre ci siamo fermati in un “poblato nativo”, un piccolo paesino lungo il fiume, dove vive la zia di Francisco, il nostro baby pilota.
Una esperienza indescrivibile:

Il letto, le nostre amache.
La luce, le nostre torce.
Il bagno, il fiume.
La cucina, un fuoco.
La cena, le nostre galline!
Amici ed una chitarra.. Senza desiderare nient’altro al mondo!

I bambini oltre ad essere curiosissimi, sono dolci e bellissimi. Parlare la stessa lingua e poter comunicare con loro mi sembra quasi inreale, un dono.

Bambini peruviani

E’ appena iniziato il secondo giorno di viaggio, stamattina partenza alle 6. Altre due soste in altri due piccoli villaggetti per lasciare della merce hanno semplicemente amplificato le nostre emozioni.

Incuriosita , mi sono avvicinata ad una signora lungo il fiume, stava preparando “Chicha” una tipica bevanda indigena a base di Yuca fermentata (Yuca: una radice sudamericana che mangiano a posto delle patate).

Sosta lungo il fiume. Tipica casa e Chicha

La fermentazione avviene con la saliva. Io ho solo visto che la signora, prima di offrirmi una abbondante scodella di questo composto vischioso, aggiungeva acqua del fiume (che non ha lo stesso colore dell’acqua delle alpi svizzere). No, non ce l’ho fatta a provarlo. Per fortuna l’indigena non si é offesa.
Un camaleonte su un albero si é goduto la scena divertito.

Bueno, ci aspettano 10 ore di Peque-Peque. A presto.

Giovedi 17 Marzo, SANTA CLOTILDE
Eccoci arrivati a Santa Clotilde, una città paragonata ai vari villaggetti incontrati lungo il fiume ma sempre con case di paglia, acqua e corrente con il contagoccie. Mancano circa 200 km a Iquitos ma da qua partono trasporti pubblici giornalmente. Il posto ci piace molto, la gente anche. Siamo un diversivo per loro.
Gringos, gringos!!!” é l’eco che si ascolta al nostro passaggio. I bambini sono affascinati soprattutto da Jimin, il coreano. Lo chiamano Jackie Chan (amatissimo in sud America) perchè gioca con loro a “Tae Kwon Do“.
Ci siamo fermati 2 notti, oggi un ragazzo del posto ci ha portato nel mezzo della selva con la sua imbarcazione. In “agua negra” cioè in una laguna di acqua ferma, dove vivono i piranhas. Questi graziosi pesciolini in realtà non sono tanto aggressivi come si vede nei film. Attaccano solo se vedono sangue…. così dicono!
Io però, per sicurezza, la mano in acqua non ce l’ho messa! :s
Al nostro ritorno la madre del ragazzo ci ha cucinato nella sua modesta casa del pesce avvolto nelle foglie di Banano, fantastico! 😛

Venerdì 18 Marzo, Rio delle Amazzoni
Da Santa Clotilde in 4 ore di barca “Rapido Rapido” siamo arrivati al porto di Mazan, dove il Rio Napo si getta tra le braccia del mitico Rio delle Amazzoni.
Da Mazan un altra imbarcazione rapida ci trasporta a Iquitos in soli 40 min.

Non posso credere ai miei occhi, la mia immaginazione non era mai arrivata a tanto… che possa esistere un fiume tanto grande…. sembra il Lago Maggiore ma no, non é un lago, é un fiume che attraversa tutto il Brasile… e questo non é il punto più largo!

Il Rio delle Amazzoni

Iquitos, Perù
Una vera e propria città nel mezzo della selva amazzonica. Le sue vie d’accesso sono solo il fiume e il cielo. Una città con un fascino particolare. Non ci sono auto per la città… solo motor taxi e qualche bus capaci di creare uno smog da fare invidia a Milano.
Siamo tornati in città, nella civilizzazione ma nel mezzo della selva a centinaia di km dalla prossima città. Ora non siamo più speciali per la gente, qua di stranieri ce ne sono parecchi e non mancano le occasioni per ricordarci che dobbiamo stare attente. Ci vorrebbe un post intero per descrivere questa città con palazzi stile spagnolo, decorati da mosaici colorati e gli interni di tutti i bar, ristoranti, hotel, addobbati da pelli di animali di ogni tipo: Boa, orsi, tigri, teste, scheletri. Ma ciò che mi ha particolarmente colpito é il mercato. Vendono di tutto, ma proprio di tutto. Dopo 2 ore é inevitabile il mal di stomaco per la vista e gli odori.

Si trova di tutto al mercato… purtroppo!

(Clicca qua per vedere tutte le foto del mercato di Iquitos)

La città “nuova” (di cemento) é rialzata rispetto al fiume che durante le diverse stagioni dell’anno varia la sua altezza di parecchi metri. La parte povera si chiama Belen ed é formata da palafitte di legno in acqua o a secco a seconda della stagione. Una parte (chiamata Venecia) rimane in acqua tutto l’anno grazie alle sue case flottanti che galleggiano sull’acqua in compagnia di delfini rosa che popolano le sue acque (eh sì, delfini nel fiume!). La vita di questa gente si svolge in barca.
Una realtà dura da vedere… dura da digerire!

Il quartiere sommerso dal fiume, Iquitos

Mercoledì 23 Marzo
Ora sono sulla nave che da Iquitos ci porterà a Yurimaguas per poi dirigerci a Tarapoto. Abbiamo lasciato “la famiglia”, gli amici con cui abbiamo condiviso questa intensa avventura, una delle più forti della mia vita.

Il mio cuore e la mia mente sono come una spugna… assorbono assorbono… ma questa esperienza mi ha saturato. Tre giorni per riposare, dormire, pensare, carburare e digerire … arrivano nel momento perfetto, per far spazio a nuove avventure. 🙂

Sulla nave da Iquitos a Yurimaguas, 3 giorni

Qua altre foto dell’esperienza amazzonica Foto amazzonia Perù

Los Baños de Baños

Cascata in Banos, Ecuador, Ecuador
Quanto contano i soldi nella vita rispetto ad una buona salute?
Una stupida caduta a volo d’angelo, distratta dal fascino dell’acqua ai piedi di una maestosa cascata, mi ha fatto capire: NIENTE!
Nulla di grave ma chi ha sofferto di sciatica potrà capirmi, non c’é massaggio che tenga. Non vi dico la goduria a dormire per una intera settimana su un asse di legno a pancia in giù!

Ora, dopo due settimane, sono tornata a muovermi quasi come una persona normale, o perlomeno non vedo le stelle al solo pensiero di sedermi.
Poco male, sono cose che capitano. L’unica cosa che mi dispiace é aver compromesso i ritmi di viaggio, non solo miei ma soprattutto quelli di Alex che mi ha su(o)pportato pazientemente come solo una buona amica sà fare.
(In ogni caso non mi sembra le sia dispiaciuto accompagnarmi alle terme Baños per curarmi ;-). )
Il tempo stringe e sento sempre più vicina la data di ritorno, troppo vicina … con troppi posti che ancora devo vedere!
Ah certo, la schiena rotta ma la macchina fotografica che avevo in mano neanche un graffio! Complimenti.

Los Baños de Baños, Ecuador, Ecuador

Los Baños de Baños

L’ acqua termale proviene dal vicinissimo e tutt’ora attivo vulcano Tungurahua (5016 m), la cui ultima eruzione avvenuta nel 2006 ha provocato non pochi problemi alla ridente ed accogliente cittadina di Baños.

Un quasi sprecato stop di una settimana in Riobamba, che non si può certo dire sia una bella città… eletta non solo per il nome simpatico (Riobambeños i suoi abitanti) ma soprattutto come punto strategico per accedere alle feste di carnevale nei paesi limitrofi, al “Ferrocarril Del Ecuador” e per provare le prelibatezze locali (vedi foto Cuys e Melcocha). Per lo meno la vista al vulcano Chimborazo (6310 msl) dalla finestra del nostro Hotel non era niente male.

Vulcano Chimborazo, Ecuador, Ecuador

Vulcano Chimborazo 6310 m

Cuys, Tipica comida Ecuadoriana

Melcocha , Tipica comida Ecuadoriana

Cuys (animali) e Melcocha (un Toffie)

Il Ferrocarril del Ecuador
é una spettacolare tratta in treno risalente al 1901, che per i suoi zig zag costruiti per discendere le montagne fino ad arrivare alla “Nariz del Diablo” (una montagna) si dice che sia “ El tren mas dificil del mundo”. ( mh andrò a verificare il Bernina ). L’ultima tratta é stata recentemente ristrutturata e purtroppo per noi, da quest’anno non é più permesso il viaggio sul tetto del treno perchè troppo pericoloso per la caduta di massi. Peccato ma in ogni caso é stato un esperienza impressionante…

Ferrocarril de Ecuador

Ferrocarril de Ecuador

Ferrocarril de Ecuador e Cartello lungo il tragitto

El Carnival de Ecuador
Quale miglior festa, tra l’altro nel regno del carnevale (il sud America), per festeggiare il compleanno di Alex? Come spesso capita, quando si ha una grande aspettativa, si rimane delusi. Ed é ciò che ci é successo qua in Ecuador!
Certo per l’Ecuadoriano il carnevale é una festa molto importante, 4 giorni di vacanza dopo un duro anno di lavoro (hanno solo due settimane di vacanza all’anno) ma niente a cui vedere con l’immagine che ho io del carnevale stile Rio de Janeiro, Tenerife o il mio più vicino Rabadan di Bellinzona… No, niente di tutto ciò. Niente maschere, niente coriandoli…. solo alcune sfilate, concerti ma soprattutto acqua, acqua, acqua sottoforma di bombe di plastica o peggio secchiate, tanta ma tanta “Cariocas”(schiuma) e quando va peggio uova e farina. 4 giorni di pazzia estrema… senza una festa reale. Impossibile camminare tranquillo in qualsiasi strada dell’Ecuador (e Perù a quando mi dicono). Bombe d’acqua arrivano da ogni direzione: balconi, auto, persone per strada… nessuno si salva!
Dopo un titubamento iniziale, per non esserne succubi, l’unico modo per divertirsi é stare al gioco…. e questa é stata la mia fine. Of Course! 🙂

Carnevale in Guaranda, Ecuador, Ecuador

Carnevale, la mia fine

Dopo i festeggiamenti di carnevale siamo tornate a Baños per un ultima terma curativa. La mia schiena é quasi a posto e siamo pronte per affrontare una grande avventura, con la grande incertezza sui tempi di attesa e percorrenza:

discendere 1.140 chilometri lungo i fiumi Rio di Napo e Rio delle Amazoni, da Coca (Ecuador) a Iquitos (Peru’), nel bel mezzo della foresta amazzonica.

Le barche non si sà che giorni partono, forse dovremo aspettare anche una settimana alla frontiera con il Perù. Sulla barca dormiremo in amaca probabilmente insieme alle galline. Mangiare … bho!
Le informazioni sono poche e sempre diverse. A quanto pare le difficoltà molte …
Se non mi sentite più, venitemi a cercare sulla costa del Brasile, trascinata dalla corrente del Rio delle Amazzoni! 😉

Bienvenida en colombia 2

Avete letto bene il post di settimana scorsa Bienvenida en Colombia? Bene, dimenticatelo!
No, scherzo! Però tutte le buone parole spese per descrivere la gente, erano impressioni troppo belle per durare a lungo. Capirete tra poco il motivo.

Ok, diamo spazio inizialmente alla cronaca di viaggio.
Vi avevo lasciato a Medellin (pronunciato Medegin). Nei sei giorni di permanenza abbiamo avuto modo di vivere il centro, il ricchissimo e meno interessante quertiere “Poblado”, le 2 Funivie Metrocable, El alumbral Navideno ( i colombiani sono impazziti con le luci di natale), Botero, museo di Botero, statue di Botero, …
Un giorno ci siamo recati a Santa Fe di Antioquia, una tranquilla e tipica cittadina a due ore di bus da Medellin, risvegliata quel giorno dalla “Fiesta de lo Diablitos” con tanto di corrida de toros. Interessante il Puente de Ocidente, un vecchissimo ponte sospeso e i suoi taxi colorati Ape Car simili ai TUCTUC thailandesi.

Taxi colombiani

Taxi colombiani

Puente Occidente, Santa Fe

Puente Occidente, Santa Fe de Antioquia

Corrida de Toros, Colombia

Corrida de Toros

Capodanno abbiamo pensato bene di passarlo fuori dalla grande città e ci siamo recati al Carnivale de fin del ano a Guatapè. Una scelta più saggia non poteva venirci in mente, tanto che ci siamo fermati per diversi giorni.
Guatapè è un paese di 2000 abitanti e si trova su un altopiano a 2000 metri di altezza. La zona é caratterizzata da un lago artificiale, sorgente di una centrale idroelettrica. La dimostrazione vivente che le opere dell’uomo non sono solo distruttive o negative ma a volte possono rendere un paesaggio di una bellezza sorprendente. Inoltre gode di un clima perfetto e la sua gente é molto accogliente. Una stranissima roccia alta 200 metri chiamata El Penon offre una vista fantastica del paesaggio.
Se volete trasferirvi in Colombia mettete Gautapè nella vostra lista di posti possibili.
Lago di Guatapè

Lago artificiale di Guatapè

Via di guatape

Tutte le case sono caratterizzate da disegni che rappresentano la vita del paese

El Penon

El Penon, roccia alta 200m da cui si gode una vista spettacolare

Via di guatape

Coloratissima via di guatape

Amici colombiani

Amici colombiani

Ora siamo sulla costa caraibica e precisamente a Cartagena delle Indie ed é come se ci fossimo svegliati da un sogno e catapultati nella dura realtà.
No, non siamo più gli interessanti stranieri con cui scambiare quattro chiacchere senza secondi fini, non più gli ospiti da coccolare, da invitare. Qua non troveremo persone che con facce stupefatte ci chiederanno “ma voi siete diversi, venite da un altro pianeta???” Non troveremo ragazzini che guardandoci con occhioni grandi si fermeranno delle ore a parlare con noi.
I colombiani ci hanno accolto a braccia aperte, trattato con i guanti e ci hanno sempre fatto sentire i benvenuti, non sono mai stati insistenti per venderci qualcosa e non ho mai dubitato che alzassero i prezzi solo perchè siamo dei turisti, come spesso capita in terre straniere.. ma la cosa più bella é stata notare la gioia che provavano per la nostra presenza. Sarà che il turismo di massa non ha ancora messo piede sulla loro terra, sarà che semplicemente sono persone fantastiche … sarà…sarà…

Ora sulla costa caraibica, a nord del paese, (vedi cartina) siamo solo dei fucking gringos come ce ne sono molti, con il segno del dollaro stampato in faccia, solo delle persone a cui spremere denaro.
Dove inizia il paradiso terrestre termina quello umano!
Playa Blanca in Cartagena

Playa Blanca in Cartagena

D’altronde è quello che capita in qualsiasi posto turistico… purtroppo.
Turista= denaro. E per quanto cerchiamo di passare inosservati, noi, la faccia da gringos, ce l’abbiamo eccome!
A volte vorrei tornare indietro nel tempo di 50 anni, per vedere la vera essenza dei popoli non ancora manipolati dal turismo. Purtroppo non é possibile e devo accontentarmi di viaggiare nel 2011.

Così dopo 15 ore di bus da Medellin, pur restando in terra colombiana, ci siamo risvegliati come in un altro paese.
Un altro mondo in termini – di paesaggio: non più montagne ma mare;
– di clima: dai 2000 m siamo finiti al livello del mare e fa molto più caldo;
– di gente: sono caraibici, scuri di pelle e di temperamento completamente diverso.

Infatti Cartagena oltre a darci il Benvenuto ci ha fatto anche la festa.
Ora vi racconto:
All’arrivo a Cartagena, dopo un lungo viaggio notturno in Bus da Medellin, tremante dal freddo (con 40 gradi all’ombra) e febbricitante, stavo aspettando Alex e Gerry in un bar facendo la guardia ai bagagli, mentre loro erano alla ricerca di un posto dove dormire. Non é facile trovare un alloggio in una città tanto turistica, tra l’altro nel periodo di alta stagione e soprattutto durante un lungo weekend di festa.
Al loro ritorno, mentre mi stavano raccontando del loro successo in un hotel poco distante – una camera per tre con bagno alla modica cifra di 20.000 COP (8 euro) a testa – noto uno strano tipo con la faccia da maniaco, seduto dietro ad Alex, che mi fissa.
Stanca e con un mal di testa allucinante, non gli faccio molto caso e cerco di evitare il suo sguardo. Continuo a parlare con Alex sorseggiando un fantastico jugo de Lulo.
Terminiamo la bevanda e Alex prende la cartina di Cartagena dalla sua borsa riposta sulla spalliera della sedia e discutiamo della nostra posizione. Subito dopo decidiamo di recarci all’hotel con il solo pensiero di trascinare il mio vecchio corpo stanco e ammalato a letto. Sono circa le 12 di mattina.
“Donde està mi bolso?” Chiede Alex spaventata cercando da tutte le parti.
“Mierda” penso tra me e me, capendo subito che il tipo con la faccia da maniaco si era portato via la sua borsa!
Non mi sono mai sentita così stupida. E’ evidente che il suo sguardo era solo un gioco per fare in modo che non lo guardassi!
Bienvenida en Colombia! (2)

Residui dell'alluvione, Colombia

Residui dell’alluvione lungo la strada per Cartagena

Per il resto Cartagena merita sicuramente un visita, nonostante il costo abbia superato di gran lunga le aspettative.
Gli imprevisti fanno parte del viaggio ed erano stati messi in preventivo …. ed ecco che il conto ci é stato presentato… salato certo, soprattutto per l’incognita del proseguimento del viaggio visto che nella borsa c’era il suo passaporto ma siamo positive e per fortuna non ci lasciamo abbattere dagli eventi e sono orgogliosa della reazione di Alex che si é guadagnata un’ ulteriore stima da parte mia.

El plan es no tener planes

E’ il nostro motto di viaggio … ovvero lasciarci trasportare dalle occasioni e dall’istinto. Un viaggio senza piani allarga gli orrizzonti e crea libertà da rigidi principi di orari e restrinzioni.
Come stiamo facendo adesso: siamo a San Gil, una piccola cittadina a nord di Bogotà. Siamo partiti (Io e Alex stiamo viaggiando in compagnia di altri 2 ragazzi) con l’idea di restare 2 giorni ed ecco che la compagnia, l’ambiente e la tranquillità del posto stesso ci hanno ancorato già da quasi una settimana. Lo stesso avviene con le persone che si incontrano: si viaggia assieme per un pò, senza impegno … poi le esigenze cambiano e ci si lascia … senza rancori. Il tutto avviene nel modo più naturale possibile, in libertà assoluta. Bello! 🙂

Ma prima di parlarvi di San Gil vorrei spendere 2 righe su Bogotà:
nella capitale colombiana ho trascorso più di una settimana in attesa di Alex, la mia amica austriaca e di un altro suo amico in ritardo di 3 giorni a causa dei problemi dovuti al mal tempo. Dunque ho avuto modo di girare il centro storico in lungo e in largo, cercando di immergermi il più possibile tra la gente, respirare (lo smog) la vita della città… il ritmo, l’energia, il cibo!
Arepas colombiane
Chicha

LA CITTA’: La città é molto bella con il suo centro storico chiamato “La Candelaria”, le case coloniali che mi ricordano molto Tenerife, il monasterio di Montserrat, situato a più di 3000 m dal quale si può godere di una fantastica vista alla città (Anche se non sono riuscita a vederne la fine un pò per la sua grandezza e un pò per lo smog!) e alle montagne circostanti, le mille università, musei, centri culturali, ristorantini, bar, calles e carreras che dividono la città in modo ordinato e intuitivo come una scacchiera.
Faccio ancora fatica a realizzare che possa esistere una città così grande a 2600 metri di altitudine…
Bogotà, 2600 msl
Io Alex - Bogotà, 2600 msl
LA GENTE: In questi giorni, seppur pochi, ho avuto modo di capire, a differenza di quanto si possa pensare, che i Bogotanos sono gente fantastica, molto ma molto molto ospitali, gentili, sempre pronti ad aiutare, a dare consigli, con il sorriso stampato sul viso. Ho come l’impressione che in qualche modo vogliano rifarsi della mala reputazione che gli é stata attribuita, della quale tutto il mondo teme. In tutto questo c’è un fondo di verità da ricercare nel passato
e purtroppo in un passato prossimo non troppo lontano, da qualche anno a questa parte però, la situazione é cambiata notevolmente grazie a politiche mirate.
Giocando per strada, Bogotà

LA DROGA: Ora, certo, il traffico di droga esiste eccome, la politica resta estremamente corrotta, le attività criminali e di guerriglia continuano il loro corso ma sono sicuramente in netto calo rispetto a 5-10 anni fa e il tutto avviene in modo più sobrio, dietro le quinte. La Colombia rimane la maggior produttrice di coca del mondo ma per la strada probabilmente ne potete trovare di più in Italia, o perlomeno gente Drogadictos se ne vede veramente poca. Il governo é motivatissimo nel combatterne il traffico e la gente “comune” è contraria alla droga più che ogni altro paese el mondo (non alle foglie)! Ultimamente si sono irrigiditi i controlli e da due mesi é vietato il possesso di Mariuana per uso personale e pure le amate foglie di coca, usate a scopo curativo, sono spesso “difficili” (notare le virgolette) da trovare al di fuori di Bogotà.
Insegna in Plaza Bolivar, Bogotà

SICUREZZA: Di fatto durante il giorno la città é per lo più sicura, l’importante è non recarsi la notte in zone sconsigliate “a meno che non si voglia praticare uno sport estremo“, a detta dei Bogotanos.
Se non fosse per il duro impatto che ho avuto arrivando la notte potrei affermare, per quello che ho visto nei giorni succesivi, che la città é tranquilla… ma non ho voluto confermare la mia teoria riguardo la vita notturna. Certo un paio di sborseggi li ho ancora visti ma avete idea di quanti abitanti ha Bogotà? e del suo livelli di povertà?
A grandi linee stimerei un 1% di criminalità, su 10 milioni di abitanti sono 100 mila criminali (che si trasformano in lupi mannari al calar del sole)… certo è un gran numero ma in percentuale non direi un valore minore in qualsiasi città italiana.

In definitiva la gentilezza, curiosità e apprensione della gente aiuta ad entrare in connnessione con la loro mentalità e cultura. Per un paio di giorni ho bazzicato per la città con un indigeno arhuaco nativo della sierra nevada, nel nord del paese. Un indigeno “moderno” che è visto come un “diverso” dai colombiani stessi, tanto che un giorno una ragazza, mentre camminavamo per la città, ha voluto intervistarlo (ho girato un video che posterò su questi schermi). Insomma mi sono fatta una cultura sugli indigeni colombiani e magari andremo a trovare “Julio Cesar” (così si fa chiamare da noi comuni cittadini del mondo), al suo villaggio.Julio Cesar, indigeno arhuaco

Ok, per quanto Bogotà sia bella, piena di cultura (tra l’altro quest’anno tutti i musei sono ad entrata gratis per il bicentenario dell’ indipendenza) e viva, io sono una montagnina e le città non fanno per me … ed eccoci quindi in San Gil una piccola cittadina direzione nord, 7 ore, 1300 metri e 15 gradi di differenza. 🙂

Qua la vita é molto più rilassata, l’aria più pura (e calda) e la criminalità sembra non esistere.
Aqui no pasa nada” (qui non succede niente) mi rispondono quando chiedo se é pericoloso percorrere un cammino a piedi per la montagna, ormai abituata alle raccomandazioni di Bogotà dove sconsigliavano qualsiasi movimento pedonale al di fuori dal centro “mejor que tomas un taxi” (prendi un taxi!).
La gente dei paesi limitrofi è più arretrata rispetto a Bogotà, curiosa e timida nei nostri confronti, sempre carini e non intrusivi. Fino a pochi anni fa non erano abituati a vedere stranieri. Gli unici turisti erano i colombiani stessi, spesso bogotanos di classe alta. Da 5 anni a questa parte hanno iniziato ad arrivare europei in modo esponenziale, insomma vedono quasi ripetersi la storia dopo 500 anni.
Guane, cammino da Barichara
Guane, cammino da Barichara
Guane, meglio il latte di capra

San Gil, seppur piccola ha molto da offrire. Un bel centro storico coloniale, una piazza pullulante di vita, strade ripide, un clima caldo e mite, un fiume con cascate, pozze per fare il bagno, cammini e paesini limitrofi (visto uno, visti tutti!). Molte attività sportive a prezzi irrisori, tanti negozi di parrucchieri e sempre pieni!!! Un taglio per 8000 pesos (3 euro).
Insomma da 2 giorni che volevamo restare siamo già arrivati ad una settimana… presto credo che ci muoveremo. Where next? Non so, per ora mi bevo un “tinto” ( no, non vino, caffè!) poi ci penseremo! 😀
A la orden…” Come dicono da queste parti!
Pozo Azul, San Gil

Scatti Turchi

Finalmente sono riuscita a sortire qualche foto della mia esperienza turca.
Una vacanza?
Ebbene sì, una vacanza ad inizio agosto come una vera italiana, prigioniera delle famose “2 settimane estive”.
Ahhrg, mi fa quasi senso dirlo! Però quest’anno è andata così.
Nonostante non avessi il tempo, sia psicologico che materiale, devo ammettere che il riposo, dopo mesi di duro lavoro, mi ha fatto bene.

In ogni caso userei la parola “miniviaggio“, il termine mi aggrada maggiormente.
Mi sento quasi in diritto di dirlo, se mi confronto al tipo di vacanza trascorso da colleghi e amici (G.P. nrd).
In fin dei conti questa esperienza mi ha regalato molto. Andare in Turchia ha sicuramente arricchito il mio bagaglio culturale ed umano, tipico del viaggio.
Purtroppo chi viaggia mi starà insultando in questo momento, però credo di poter dire serenamente di aver spremuto il massimo del succo (il viaggio) da un frutto appassito (la vacanza).

Vi chiederete: cos’é che distingue due settimane di vacanza da 2 settimane di viaggio? Ecco buona domanda.
Le risposte in breve per questa esperienza:

  • Non avere un programma ben definito ma essere liberi di cambiare in ogni momento.
    Per esempio io sapevo solamente che sarei atterrata ad Istanbul e ripartita da Kos in Grecia e dovevo passare per Gumusluk, paesello vicino a Bodrum, a trovare una mia amica che vive lì. Tutto è stato programmato al momento, a secondo delle esigenze e dei desideri. Infatti ho allungato la permanenza a Istanbul perchè la città necessitava più tempo ed ho saltato una tappa “turistica” perchè non ne avevo voglia, faceva troppo caldo.
  • Frequentare luoghi e gente del posto.
    Parlare, confrontarsi, accettare o ribattere una cultura sotto tantissimi aspetti diversa dalla tua, é ciò che più mi riempe l’anima. Non mi sarei mai aspettata tanto scambio in sole 2 settimane, grandioso.
  • Oltre alla gente del posto, quando viaggio mi piace incontrare “viaggiatori”.
    In Turchia ce ne sono parecchi, ragazzi che lavorano viaggiando. Incredibile, questa esperienza mi ha fatto ricordare come il viaggio fa crescere le persone.
  • Non “buttare” i soldi in attrazioni turistiche (qui ci sarebbe da discutere).
    Bhe, in breve… in queste 2 settimane ho praticato windsurf, vela, solo grazie all’amicizia creatasi con gente del posto. I più cattivi la chiameranno scrocaggine, io lo chiamo interscambio. Sono stata invitata ed ho semplicemente accettato. Faccio lo stesso quando mi capita di essere a situazione inversa.
  • Poi a questi punti aggiungo le riflessioni che ne conseguono.
    La consapevolezza:

  • della vita da prigionieri che stiamo vivendo in Italia.
    Il DOVER tornare a casa prima ancora di ambientarmi… non va bene ;). Ma io in quel momento avevo già deciso.
  • di sentirsi, e probabilmente essere, diverso.
    No, non sono come tutta la gente che era sull’aereo di ritorno da KOS! No, non lo sono! Stavo male per il comportamento dei vacanzieri italiani (volo Kos-Milano) e mi camuffavo sotto le mie sembianze tedesche per la vergogna. Unico punto veramente negativo.
  • del risveglio di una gran voglia di viaggiare, scoprire, imparare, VIVERE.
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